"Specie linguistiche" in evoluzione

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Esistono valori grammaticali da preservare?

Sebbene, nei cinque milioni di anni in cui si stima sia collocato il tempo biologico dell'evoluzione umana, il linguaggio articolato sulla parola potrebbe essere considerato quasi primitivo od obsoleto (non tanto per la mancanza di forme comunicative, piuttosto per la sua velocità di trasmissione limitata alle 100 - 150 parole al minuto umanamente proferibili rispetto ad un numero di unità comunicative sicuramente più elevato necessario ai giorni nostri), la lingua è tuttavia uno dei principali strumenti utilizzati dall'uomo per comunicare con i suoi simili.
Come ogni altra forma di cultura, la lingua stessa è soggetta a cambiamenti e trasformazioni nel tempo, in un processo continuo di adattamento alle esigenze o alle mutate condizioni della società. L'evoluzione linguistica non è però sempre vista con parere favorevole da esperti glottodidattici e logopedisti, che criticano spesso l'uso di forme grammaticalmente scorrette. Alla base di tale pensiero si pone la seguente domanda: un'evoluzione indiscriminata di un sistema comunicativo può causare il deterioramento della lingua stessa?
Premettiamo che la lingua, come ogni altro processo umano, è da sempre stata soggetta ad evoluzione, fenomeno storicamente provato da coesistenze dialettali in ogni sistema linguistico conosciuto. Mutazioni che hanno sempre accompagnato di pari passo le epoche della nostra storia, con un rinnovamento, definito da alcuni un passaggio obbligato al moderno.
L'evoluzione consiste in un processo di trasformazione graduale e spontaneo delle strutture linguistiche, e può essere innescata da diversi fattori: l'influenza di altri popoli e culture, la migrazione di popolazioni (e quindi la progressiva acquisizione di nuove abitudini legate a clima o fattori geoetnici), stili di vita e comportamenti sociali, nonché evoluzione scientifica che porta un abbandono di termini o strutture che non sono più valide in quando obsolete o inesatte dopo nuove scoperte.
A tale proposito si ricordano lingue come l'egiziano antico, utilizzato principalmente come sistema scritto durante la durata dell'impero dei faraoni per documentare fatti storici e credenze religiose (in quanto veniva impiegata nella liturgia e nelle cerimonie oltre che per registrare le attività della vita amministrativa con documenti e contratti) che si evolse nell'uso quotidiano utilizzando un sistema di scrittura più semplice, chiamato demotico, diffuso ampiamente nel periodo greco romano.
Ma l'evoluzione è giusta quando porta ad una perdita di complessità e di sfumature linguistiche? La soggettività dell'osservatore gioca un ruolo importante nella valutazione di tali forme: a volte una maggiore semplicità, anche se può portare a misinterpretazione, viene normalmente elaborata dal ricevente in forma corretta grazie alla contestualizzazione pratica del momento comunicativo. In questo senso una lingua quando è usata nel parlato quotidiano si collega al contesto della conversazione, il che comporta una comprensione maggiore, necessitando di minori dettagli espressivi e mancanza di forme complesse di articolazione grammaticale.
Per comprendere in una visione più ampia il processo di evoluzione della lingua potremmo associarlo alla presenza degli errori riproduttivi; difatti l'evoluzione naturale è un fenomeno universale e applicandolo anche alle lingue fa dedurre che, come ogni essere vivente, ogni lingua tende a evolversi conformemente alle condizioni in cui si sviluppa. È facile notare, ad esempio, come il latino classico si sia evoluto nel corso dei secoli dando luogo a lingue diverse, come l'italiano, ma anche il francese, lo spagnolo o il portoghese, che pur essendo differenti per molti aspetti presentano comunque delle radici comuni e una notevole affinità di struttura e vocabolario. In tale contesto le sopracitate lingue dovrebbero essere interpretati come "errori riproduttivi" o come "naturale evoluzione"? Come detto prima tali "errori" sono talvolta necessari per fare progredire il processo di evoluzione, in quanto ogni mutazione può portare a una forma diversa e più funzionale della lingua, che possa meglio soddisfare le esigenze di comunicazione dei parlanti, mentre se la mutazione non è universalmente comprensibile viene abbandonata o al massimo relegata ad una minore comunità. Ad esempio, la nascita di un nuovo dialetto o l'uso di una forma grammaticalmente scorretta può portare ad una semplificazione della lingua e favorire una maggiore diffusione tra gli interlocutori in un determinato contesto. In questo senso, l'errore in linguistica può essere visto come un elemento se non propriamente necessario, comunque inevitabile dell'evoluzione della lingua. Tuttavia mentre da un punto di vista della natura una modifica funzionale viene generalmente definita "evoluzione" mentre un'altra non funzionale viene definita "involuzione" o "degenerativa", nel caso di un linguaggio, quando la comunicazione avvenga comunque con la stessa percentuale di interpretazione, è lecito applicare tali termini?
Da questo punto di vista, in contesti scientifici o settoriali specifici particolari, dove c'è un'uniformità di studi per arrivare a tali ruoli professionali, il relativo linguaggio utilizzato è sicuramente più "stabile" e senza eccezioni: si pensi ad esempio all'utilizzo dei simboli matematici, rimasti immutati dalla loro introduzione, come d'altronde anche i linguaggi di programmazione, con i quali si potrebbe teoricamente esprimere pensieri allo stesso modo del linguaggio naturale, per i quali le modifiche "espressive" sono assai esigue (forse anche troppo, data l'esistenza di una babele di formati immutati nel corso degli anni mai totalmente sbrogliata, che non permette appunto una "comunicazione" diretta fra due o più sistemi diversi)
Si pone allora la lecita domanda: quanto è importante fare attenzione affinché "l'errore" non porti alla perdita della complessità e della varietà della linguaggio stesso, ovvero non vada ad intaccare la sua forza comunicativa? Ed ancora: chi dovrebbe farsi carico di ricoprire un ruolo da supervisore in tale ottica? In virtù del fatto che il linguaggio scaturisce dal pensiero (il che lo rende un fenomeno non direttamente controllabile a meno che non si riesca fisicamente nella modifica delle sinapsi cerebrali), ne deriva la logica conclusione che una qualsiasi forma organizzativa può al massimo fissare delle regole guida (da un punto di vista grammaticale), giudicando come errate le forme che non rientrino in tali schemi, "punendo" le forme non corrette in un contesto scolastico o sociale, ma di certo non può impedire la loro diffusione. Proprio per queste ragioni parole come "scannerizzazione" (l'atto di scansionare un documento) oppure termini come "scrollare" (l'atto di scorrimento in una matrice bidimensionale) sono termini riportati come esistenti o integrati nei dizionari; viviamo difatti in un contesto dove la maggioranza statistica stabilisce il confine fra l'accettazione o l'esclusione nella società. In questo senso tali neologismi sono quindi considerati non più "errori" ma al massimo eccezioni, come già ne esistono in ogni lingua.
Concludendo si rifletta sull'assioma che l'uomo espleti la sua vita in un mondo sinaptico dove non sempre è la logica ad andare di pari passo con l'agire: essendo inquadrato in una società che accetta guerre, fame nel mondo e discrepanze sociali come fenomeni integrati nella propria struttura, egli risulta la prima causa di morte della sua stessa razza. Anche questa è statistica, ovvero maggioranza che, decidendo il modus operandi di tutti, trascina con se anche coloro che non vogliono o non approvano tali scelte. Pertanto non ci dovremmo stupire più del necessario rispetto ad errori-orrori grammaticali, d'altronde (oggi più che mai) la verità scientifica si scontra in un fenomeno di analfabetismo di ritorno che la fa apparire come un semplice punto di vista, insieme a tanti altri.